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CHIMERE
ESERCIZI FINZIONARI
Biblioteca Oplepiana N. 26
(2006)

La plaquette n. 26 della Biblioteca Oplepiana è dedicata al tema della Chimera. Contiene testi di Anna Busetto Vicari, Brunella Eruli, Domenico D'Oria, Elena Addomine, Edoardo Sanguineti, Giorgio Weiss, Ermanno Cavazzoni, Giuseppe Varaldo, Maria Sebregondi, Paolo Albani, Raffaele Aragona, Sal Kierkia.
Quella che segue è l'introduzione della plaquette.
 

 

Il principio della chimera, animale mitologico frutto di un mostruoso assemblaggio al pari dell'ircocervo e di altre creature immaginarie, «sembra potersi trasporre, in più modi diversi, nelle strutture letterarie», sosteneva François Le Lionnais nella sezione de La littérature potentielle (1973) dedicata alle manipolazioni lessicografiche, sintattiche o prosodiche.

 Sensibili allo spunto dell'ingegnere e scacchista oulipiano, e cioè che la chimera, emblema dell'ibrido e dell'ambiguità disarmonica, bene si presti alla suggestione di esperimenti letterari (specie di letteratura combinatoria), gli Oplepiani hanno raccolto la sfida e messo mano alle loro chimeriche trasposizioni, imboccando sentieri difformi, inseguendo personali variazioni sul tema.

 Che poi il chimerico, in senso figurato, s'intrecci e rimandi a termini come «illusorio, fantastico», è feconda parentela semantica che ci invita a riflettere una volta di più sul fatto che «tutta la letteratura è essenzialmente fantastica [chimerica]», per dirla con Borges, «perché il lettore sa che quello che gli viene raccontato è finzione».

 In questo spirito è maturata la nostra piccola silloge di esercizi «finzionari».
 


Ermanno Cavazzoni
Manghiscoli

Quel ramo del lago di Como o d’altra oppilazion che lega l’omo (e non odora l’aia tua d’amomo), che volge a mezzogiorno, si specchia, quasi per vedersi addorno (non t’amo… Ricordi quel giorno?) tra due catene non interrotte di monti, come che di ciò pianga o che n’aonti (tra gli aspri urli, i lunghi racconti), tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, posponendo il piacer de li occhi belli (di gente e di monelli), vien, quasi a un tratto, a ristringersi e a prender corso e figura di fiume che non può trovar posa in su le piume (la sveglia d’un querulo implume), tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte, sì come mostra esperienza e arte (io stavo lì da parte); e il ponte, che ivi congiunge le due rive, di tal fiumana uscìan faville vive (è ciò che a noi sorvive), par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, l’ora del tempo e la dolce stagione (di cincia era un’ampia canzone), e segni il punto in cui il lago cessa sì come l’onda che fugge e s’appressa (“mai più!” Così dice sommessa) e l’Adda ricomincia, per ripigliar poi nome di lago tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago (soletto su l’orlo di un lago) dove le rive, allontanandosi di nuovo, ma per quella virtù per cu’io movo (con palpito nuovo), lascian l’acqua distendersi e rallentarsi prima che possa tutta in sé mutarsi (la lagrima vile a versarsi) in nuovi golfi e in nuovi seni, Beatrice mi guardò con gli occhi pieni (per chi dunque sei fatto e dove meni?).

* * *

Testo pluridiscorsivo e meta-metafisico, e mostruosamente chimerico; dove tre fili di pensieri convivono come se fossero un unico flusso pensante (il primo coincide parola per parola con l’inizio dei celebri Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, il secondo sono versi celeberrimi di Dante Alighieri dalla sua Divina Commedia, e il terzo versi mediamente brevi, in genere di nove sillabe, dalle Poesie Giovanni Pascoli). 
Nell’insieme se ne evince che un tale (l’autore) ha amato una certa Beatrice, in una località situata sul lago di Como; e descrivendo la geografia della sponda meridionale del lago (là dove il lago si getta nel fiume Adda ed erano imperversati i loro amori) gli sembra di descrivere gli stati del suo animo (le oppilazioni, cioè le sue sentimentali ostruzioni) come facessero eco al paesaggio, per via anche della rima che produce sempre un commento (secondo strato). La quale rima gli porta poi, in terza istanza, immagini vive della sua storia d’amore (messa qui tra parentesi), immagini del giorno in cui sul lago di Como confessò di non amarla più quella sua Beatrice, perché poco esotica (senza il profumo del cardamomo); quando le disse “non t’amo”, tra un via vai di gente, tra il canto degli uccelli autoctoni, mentre una cinciallegra sembrava ripetere loro “mai più!”. Nonostante il via vai se ne stava ritirato da parte (ed è ciò che sopravvivrà nel ricordo, per sempre); poi un palpito, una lacrima di lei, di Beatrice, che piangendo gli ripeteva: “non eri fatto per me, probabilmente, guarda a che punto m’hai condotta!”.
Similmente alla Chimera d’Arezzo la testa (e il corpo) di leone sono il suo animo che ruggisce con la voce dell’Alighieri, la testa di capra è tutta nel richiamo paesistico dell’Alessandro Manzoni, e infine quei ricordi che gli avvelenano la mente con le parole di Giovanni Pascoli sono come la coda posteriore e dolente del serpente. 
Si noti che il tutto è un’unica frase mostruosamente aggrovigliata e lunga, come un mitologico flusso vorace.

Il testo chimerico mostrato nelle sue tre componenti zoologiche

Man
    ghi
      scoli
Quel ramo del lago di Como, 
            o d’altra oppilazion che lega l’omo 
                        (e non odora l’aia tua d’amomo), 
che volge a mezzogiorno, 
            si specchia, quasi per vedersi addorno 
                        (non t’amo… Ricordi quel giorno?) 
tra due catene non interrotte di monti, 
            come che di ciò pianga o che n’aonti 
                        (tra gli aspri urli, i lunghi racconti), 
tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, 
            posponendo il piacer de li occhi belli 
                        (di gente e di monelli), 
vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, 
            che non può trovar posa in su le piume 
                        (la sveglia d’un querulo implume), 
tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte
            sì come mostra esperienza e arte 
                        (io stavo lì da parte); 
e il ponte, che ivi congiunge le due rive, 
           di tal fiumana uscìan faville vive 
                        (è ciò che a noi sorvive), 
par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, 
            l’ora del tempo e la dolce stagione 
                        (di cincia era un’ampia canzone), 
e segni il punto in cui il lago cessa, 
            sì come l’onda che fugge e s’appressa 
                        (“mai più!” Così dice sommessa) 
e l’Adda ricomincia, per ripigliar poi nome di lago 
            tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago 
                        (soletto su l’orlo di un lago) 
dove le rive, allontanandosi di nuovo, 
            ma per quella virtù per cu’io movo 
                        (con palpito nuovo), 
lascian l’acqua distendersi e rallentarsi 
            prima che possa tutta in sé mutarsi 
                        (la lagrima vile a versarsi) 
in nuovi golfi e in nuovi seni, 
            Beatrice mi guardò con gli occhi pieni 
                        (per chi dunque sei fatto e dove meni?).

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