DIARI MINIMI DI VIAGGI EFFIMERI
Biblioteca Oplepiana N. 23
(2005)

I diari minimi di Piergiorgio Odifreddi, compresi nei suoi Riflessi in uno zaffiro orientale («Biblioteca Oplepiana», n° 23), sono scritti sulla base di restrizioni puramente quantitative sulla lunghezza dei brani. Il gioco consiste nel comprimere l'informazione in uno spazio prestabilito a priori, dettato dalla contingenza del supporto.
In un caso - la prima parte della plaquette intitolata "Moleskine in Indocina" - è la paginetta di una "Moleskine" che deve bastare a condensare un'intera giornata; nell'altro caso - la seconda parte: "Sms dall'Himalaya" - l'istantanea di un'immagine o di un pensiero momentaneo è affidata ai centossessanta caratteri degli SMS, opportunamente editati per facilitarne la lettura.

Moleskine in Indocina

A Natale del 2002 mi fu regalata una Moleskine per il 2003. Non avevo mai tenuto un diario ma, sull'impulso della gratitudine per il dono, decisi di emulare Quintiliano: per un anno, nulla dies sine linea. E così ho fatto: per 361 lunghi giorni ho doverosamente riempito ogni sera una paginetta, a matita, annotando pensieri, parole, opere e omissioni della giornata. Una paginetta per registrare nella memoria esterna cartacea il lavorìo interno del software mentale, e quello esterno dell'hardware corporale. Una paginetta per fissare le prime idee di articoli, i piani di libri o corsi, i percorsi di viaggio, i momenti che venivano e se ne andavano, e che si sarebbero persi nel nulla (senza danno) se non avessi cercato di fermarli sul foglio. Alla fine di quell'anno turbolento, passato per metà negli Stati Uniti, ho riposto il diario, perché sedimentasse insieme ai cruciali avvenimenti che avevano radicalmente cambiato la mia vita. L'ho riesumato momentaneamente ora, per estrarne le innocue pagine relative a un viaggio in Cambogia e Laos: pagine più descrittive che introspettive, per (s)fortuna del lettore.

"La stirpe di Kambu"

Francoforte, 9 gennaio 2003
Partie è un po' morire dice il detto. Ed effettivamente, ogni volta che parto, sono combattuto fra il desiderio di andare e quello di restare. Una volta la notte, o addirittura le notti precedenti la partenza, erano insonni o quasi. Oggi ho scoperto l'antidoto di non pensare al viaggio fino all'ultimo momento, e di fare le valigie (o meglio, lo zaino) solo un paio d'ore prima di andare all'aeroporto. Ma è pur sempre una rimozione, tanto più necessaria quando parto per un viaggio lungo come questo (sei settimane) e da solo: la solitudine totale è tanto più difficile, quanto più si coniuga allo straniamento culturale. Ma ora sono in ballo, ed è tardi per tirarsi indietro: dunque, balliamo.

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Sms dall'Himalaya

Nella primavera del 2004 mi fu regalato un telefonino. Non ne avevo mai avuto uno, e mi ci ero fino ad allora tenacemente opposto: non volevo diventare anch'io un ragazzo squillo, che stupra i vicini con le suonerie più sguaiate, e viene sodomizzato dalle rapine legalizzate perpetrate dalle compagnie telefoniche. Non mi ci sono voluti molti giorni per capire che telefonare da un telefonino equivale a pagare una pesante tassa sulla stupidità. Non rimaneva che usarlo unicamente per ricevere telefonate (e solo in Italia!), o scambiare SMS: un'utile versione miniaturizzata della posta elettronica. Con queste premesse, non l'avrei ovviamente portato con me in India, se il giorno della partenza, mentre lo riponevo, qualcuno non mi avesse suggerito di farlo, per rimanere collegati in un momento delicato e cruciale della nostra relazione. L'ho fatto, e non me ne sono pentito: ho potuto così condividere, e spesso alleviare, i momenti del viaggio con SMS a volte più introspettivi che descrittivi, per (s)fortuna del lettore. Il quale leggerà, comunque, solo quelli a un fantasma del passato: il presente è vivo, e il suon di lui è riservato a chi lo ode in diretta.

"Il crepuscolo del passato"

Shimla, 15 agosto 2004
Dove sei? Io a Shimla, sotto la pioggia, metà triste e metà stufo: era meglio se non partivo. Era meglio se era meglio, in tante cose... Un bacio, e a presto.

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