Renato Minore

MALERBA, GIOCOLIERE DELLA PAROLA

Ultimissime dal pianeta Malerba. I suoi testi brevi e aforistici. Le nuove acquisizioni bibliografiche. Un premio letterario in suo nome. A cinque anni dalla scomparsa dello scrittore sono molti i testi e le pubblicazioni che lo ricordano. In primo luogo c’è una deliziosa plaquette, I neologissimi (I Quaderni dell’Oplepo, con prefazione di Ermanno Cavazzoni: ne anticipiamo alcuni brani), che furono pubblicati, tra il 1977 e il 1978 su alcune riviste e presenti in romanzi, come Il Pataffio.

 

Dal gusto per il paradosso all’impegno civile all’opzione decisiva per la comicità, alla fascinazione per la lingua: c’è tutto, condensato e stravolto, nei sessantacinque lemmi del vocabolario malerbiano che, nella forma della “brevitas”, raggiunge una lapidaria secchezza. Un’ulteriore acquisizione di stile, una risorsa espressiva organizzata sui toni e registri insieme leggeri e spietati dei ”neologissimi” di uno scrittore che conosce le insidie celate in ogni parola.

 

«Stai attento perché molte parole sono sdrucciole, viscide come anguille, salterine come cavallette, sono di un’astuzia diabolica e non cadono in trappola tanto facilmente»: così scriveva nel Serpente.

 

Luogo comune

Il suo sguardo affilato penetra e dissoda, come un insetto nella teca infilza i protocolli del luogo comune ovunque appaia, con la satira che la passione di chi vive in un paese depredato da politicanti corrotti mescola a uno sdegno non sempre illuminato da lampi di umorismo: «Sono bugiardi i grandi evasori fiscali e i ministri nel momento in cui mentiscono per nascondere le loro malefatte».

 

Malerba vuole vedere il lato ridicolo delle cose, essere in grado di capovolgere l'ottica usuale; rifiutarsi ai conformismi quotidiani è uno degli esercizi più salutari per difendersi dalla banalità. Il non-sense e il paradosso sono per lui i due strumenti più facili da utilizzare e anche i più divertenti per interpretare la realtà.

 

C’è, poi, il discorso delle acquisizioni bibliografiche. Alle molteplici facce dello scrittore, si deve aggiungere la sua forte passione per la fisica, testimoniata anche dai “neologissimi”. Ne ha scritto un fisico sperimentale del CERN, Giuseppe Organtini che ha tra l'altro esaminato uno dei primi testi malerbiani, Il serpente. Come un collezionista, anche uno scienziato non si accontenta mai delle prove accumulate in favore di una teoria. Cerca sempre il modo di smentire la teoria. Se giunge al punto in cui non c’è più nulla da capire, la scienza è finita. E c’è anche fresco di stampa la monografia, con un'utile antologia, Lo scrittore Indignato di Rossella di Palma (Stilo).

 

L’itinerario

Un itinerario attraverso distinti nodi tematici: lo sperimentalismo, col quale Malerba ha messo in discussione le tradizionali forme del romanzo; l'erotismo, con la centralità ossessivamente assegnata al corpo e al sesso, come metafore della conflittualità dei rapporti interpersonali e del vuoto di una civiltà; la politica, che vibra nelle ricostruzioni del Pianeta azzurro e delle Maschere, con allusioni a trame occulte, a stragismo, a servizi segreti e massoneria deviata.

 

La pubblicità

Infine il Premio Malerba che vuole ricordare la vastità degli interessi dello scrittore e sceneggiatore che si dedicò anche alla pubblicità coniando slogan per le caramelle Dufour, la birra Becks e il Cognac Polignac, la pasticca del Re Sole con Fred Buscaglione.

 

Ieri si è conclusa a Berceto, in provincia di Parma, la quarta edizione del premio, dedicata quest’anno alla letteratura. La giuria, presieduta da Anna Malerba, ha scelto i racconti Fiale delle trentatreenne Elena Rui padovana d'origine e parigina di adozione che nella vita fa la traduttrice. Il libro sarà ora pubblicato dall’editrice MUP.

 

Per la giuria, Fiale è l'opera inedita di un'autrice che riesce a «padroneggiare con abilità gli strumenti della scrittura» e a «incatenare il lettore» grazie a una trama intessuta di quei «piccoli equivoci» che nello sviluppo della storia “spiazzano” il protagonista, lo mettono di fronte a una scelta e ne determinano l'esistenza.

 

Alcune anticipazioni.

 

Ammalùcco. Può sostituire mammalucco (e mammelucco) facendo cadere finalmente alcune etimologie del tutto false (mammalucco da mamma, mammelucco da mammella). Così rinnovata, questa parola ingiustamente caduta in disuso può riprendere corso sia nella pratica letteraria che nella lingua parlata.

 

Bàbba. Da usare al posto di mamma. Il babbo e la babba. L’altra soluzione sarebbe: la mamma e il mammo. La scelta è tutt’altro che frivola, ha una sua rilevanza politica.

 

Bugiàdro. Bugiardo, associato all’idea di ladro. È bugiadro chi con la bugia nasconde alcunché di delittuoso come furto, rapina, eccetera. Sono bugiadri i grandi evasori fiscali e i ministri italiani nel momento in cui mentiscono per nascondere le loro malefatte.

 

Canchiovàri. Da cane e chiovare o chiodare o inchiodare. Sono cani che quando mordono si inchiodano sul morso, cioè non aprono più la mascella e i denti restano infissi come chiodi. Si dice,in senso figurato, di coloro che quando acchiappano una cosa o una persona non la mollano più. «Certa gente bisogna fuggirla precipitosamente, e scappar via più che di galoppo» (Teofrasto, I caratteri, traduzione di Idelfonso Nieri).

 

Cosmicòmico. Attributo da usare con discrezione, in occasioni che abbiano qualche attinenza con l’ottusa e un po’ ridicola infinità del mondo. Non è necessario citare ogni volta la fonte, che si dà per nota (Le cosmicomiche di Italo Calvino).

 

Culòmbo. L’associazione non è fra culo e lombo come può apparire a prima vista, ma fra culo e colombo. Come hanno rivelato studi recenti, il colombo, che viene assunto tradizionalmente come simbolo di pace, è un animale crudele, non esente da deviazioni sessuali. Culombo è un neologissimo adatto a definire personaggi che non si fanno scrupolo di mescolare gli interessi di culo a quelli politico-pecuniari. Caratteristica dei culombi è la «lagna», cioè quella disposizione dolciastra della voce e dei gesti (...) Il culombo gode di protezioni e omertà internazionali soprattutto nell’ambito della minoranza cui appartiene.

 

Kssgr! Concentrato consonantico esclamativo che equivale a «merda!» o simili. Il campo semantico di kssgr! è piuttosto ampio e comprende la presunzione, la delinquenza politica, l’ambizione sfrenata, lo snobismo piccolo-borghese, l’abiezione morale, l’avidità di potere, la mafia, la stupidità saccente, la Cia, il servilismo al potere economico, la vanità pubblicitaria, il maschilismo deteriore, il bluff. Kssgr! si usa riferire a personaggi che hanno raggiunto successo multinazionale ma si può usare enfaticamente anche per personaggi e situazioni di portata più modesta, nell’ambito italiano.

 

Lòcica. Non è la logica pura, ma la logica fisica nella sua totalità e tetraggine. «Una delle conseguenze delle mie nuove idee sarà, penso, che la totalità della Logica segue da un’unica Pp! Per ora non so dirne di più» (Dalle lettere di Ludwig Wittgenstein a Bertrand Russell in Tractatus logico-philosophicus).

 

Motònomi. Si distinguono dagli autonomi soltanto per un dato esteriore: mentre gli autonomi si spostano in automobile, i motonomi viaggiano in motocicletta.

 

Mummìfero. Animale che sta fra la mummia e il mammifero. Mummifero si può usare sia come sostantivo che come aggettivo e si adatta perfettamente a definire le autorità governative italiane di secondo piano, disoneste e sonnolente. È inadeguato se riferito a ministri, presidenti, generali, alti magistrati disonesti, che in genere sono attivissimi nel procaccio dell’utile personale.

 

Neologìssimi. Sono le parole novissime registrate in questo vocabolarietto e che non appaiono in altri luoghi letterari. Alcune sono già pronte per l’uso, altre sono di uso ancora incerto e in attesa di un adeguato collaudo.

 

Prestinènte. Da prestante e astinente. Sono prestanti e astinenti i campioni sportivi in periodo di «ritiro» e allenamento. Sono prestinenti gli uomini specialmente dediti alle cure del corpo, alla fisica esteriorità, senza che corrisponda una pari efficienza sexuale. La prestinenza è caratteristica degli uomini piuttosto che delle donne. L’uomo prestinente è una via di mezzo tra il fusto e il bellimbusto, ambedue fuori corso da anni.

 

Sbìfo. Sbiffone è il folletto medievale, lo spiritello dispettoso che si introduce di notte nelle case e tira giù la coperta dal letto o fa il solletico sotto i piedi ai dormienti. Sbifo è un personaggio disturbatore diurno e notturno, autore di piccole e fastidiose contestazioni, che cerca di farsi pubblicità senza correre rischi, un ribelle di seconda mano, un imitatore, un piccolo profittatore. Spesso ha un brutto romanzo nel cassetto,già rifiutato da tutti gli editori tradizionali e che ora tenta di piazzare presso le editrici alternative. L’appartenenza a un campo politico piuttosto che a un altro (...)

 

Sporcacchiòne. Da sporchizia, ma con in più la componente cacchiocacchione-cazzone. Uno sporcacchione non è soltanto sporco, è anche coglione.

 

Tetràgno. È più di tetro, vi aggiunge qualcosa di fisico, di greve, di volgare. Tetro è la definizione di uno stato mentale o di una disposizione psicologica. Tetragno definisce, dell’uomo tetro, anche l’aspetto figurale esteriore.

 

Tracàgno. Come tracagnotto, ma senza quel tanto di buffo che è compreso in questa parola. Tracagno si può usare con vantaggio pratico perché, rispetto a tracagnotto, elimina tre lettere nella composizione tipografica e permette quindi un risparmio anche sulla stampa e sulla carta. Per il Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi l’uso di «à» al posto di «ha» e di «ànno» al posto di «hanno» ha permesso notevoli risparmi all’editore. Tracagno si iscrive di diritto nell’area della «letteratura del risparmio» teorizzata da Angelo Guglielmi.

 

Vaffancàrlo. Imprecazione composita con suffisso variabile (vaffan-giulio, vaffan-giorgio, eccetera). Il messaggio acquista efficacia con l’identificazione del destinatario.

 

Zùrlo. Uccello simile al merlo sia come forma che come dimensione. Si distingue da questo per il becco che ha rosso porpora anziché giallo. È rarissimo, non si trova registrato né sulle enciclopedie né sui manuali di ornitologia. Nessun cacciatore è mai riuscito ad avvicinarlo. Caratteristica dello zurlo è infatti quella di tenersi a prudente distanza dall’uomo per il quale nutre una innata diffidenza. Si può usare per fare paragoni o per designare in modo figurato una persona sciocca quando non si voglia utilizzare il merlo, uccello troppo comune e risaputo.

 

 

Il Messaggero, 1 dicembre 2013, p. 22.